Tesi di Dottorato

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    Domande attuali, risposte sante. Sul progetto incompiuto per un film su San Paolo di Pier Paolo Pasolini
    (Università della Calabria, 2025-01-31) De Meo, Rosa Alba; Raniolo, Francesco; De Gaetano, Roberto
    La tesi esplora il progetto incompiuto di Pier Paolo Pasolini per un film su San Paolo, a cui il poeta lavora tra il 1966 e il 1974, attraverso una peculiare lente d’osservazione estetico-politica. Reimmaginando la vita di Paolo in un arco temporale che si snoda dal regime nazista alla società neo-capitalista e trasponendo la vocazione, le Lettere e i viaggi di Paolo nella contemporaneità, Pasolini riflette sulle radici – politiche, immaginali – dell’Occidente, grazie al peculiare apparato cinematografico che nel progetto si dispiega. Attraversando le diverse fasi di redazione della sceneggiatura, è possibile cogliere nei mutamenti del progetto e nel duplice volto che Pasolini attribuisce all’apostolo – il volto santo-rivoluzionario e quello clericale e codificatore – la portata inedita della riflessione pasoliniana, nell’epoca in cui il neo-capitalismo si afferma come potenza in grado di catturare l’intera umanità. L’immagine cinematografica si misura con il complesso rapporto che lega Storia ed evento, santità e istituzione, passato e presente. Paolo si fa straordinario intercessore, in grado di mostrare l’impensato del potere contemporaneo (di cui egli stesso diviene immagine) e la possibilità di disertarne, insieme, l’ordine politico e rappresentativo. L’analisi della sceneggiatura individua nell’originale impiego dell’impianto figurale di matrice auerbachiana (e paolina) messo in campo da Pasolini, la capacità di mostrare l’intima complicità tra la missione universale di Paolo, il nazifascismo e la contemporaneità neocapitalistica: la codificazione di rapporti di esclusione e di inclusione che fondano e garantiscono l’amministrazione della nuda vita. Nel peculiare intreccio tra teologia politica e biopolitica che, attraverso Paolo, diviene leggibile, la caratura “paolina” (“pneumatica”) dell’immagine pasoliniana – tanto nella sua matrice ereticamente auerbachiana che nel “realismo della Carne” che il regista pensa a partire dal progetto Bestemmia –, opera sulla contemporaneità delle scissioni che mostrano l’attualità come compimento di un già stato e introducono una sfasatura nella sua apparente necessità. In una relazione carica di ambiguità, Pasolini tenta di strappare, alla saturazione della realtà, il Reale che la abita. In tal senso, se Paolo è nome di una sospensione della legge che inaugura una più potente forma di dominio che si rifrange nell’imperativo anomico ed edonistico contemporaneo, la com-posizione tra santità e necessità dell’istituzione che in Paolo si incarna giunge, tra il 1968 e il 1974 (tra la “guerra civile” interna alla borghesia e il “genocidio” neocapitalista dell’alterità) ad una soglia di irrappresentabilità che sembra consegnare il progetto – che non si tradurrà mai in un film – ad un fallimento irriducibile a soli ostacoli produttivi. Esso diviene comprensibile riflettendo sul rapporto che, nelle diverse fasi di redazione del San Paolo, lega immagine, voce e scrittura. Se la scrittura, già nel 1968, si configura come primo processo incorporante che trasforma l’evento in dogma; se, nel 1974, persino la carne spettrale della voce (la Parola di Paolo ridivenuta orale nel cinema) che si staglia sull’immagine sembra catturata in tale processo, è proprio alla scrittura (a Petrolio) che il progetto e il suo fallimento conducono. Analizzando le categorie paoline ereticamente impiegate da Pasolini, Petrolio sembra accogliere l’eredità del tentativo che aveva mosso il progetto dedicato a San Paolo, e che risultava iscritto nelle strategie estetiche post-figurali in esso sperimentate: opporre, alla chiusura della storia – alla coincidenza tra vissuto e storico, tra teologico e politico: alla letteralizzazione della vita prodotta dal genocidio capitalista - uno spostamento minimo, in grado di lasciar aperto uno spazio per l'evento: per un'immagine a venire.
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    Il cinema asiatico come metodo: forme e caratteri del cinema estremorientale
    (Università della Calabria, 2022-06-30) Renda, Pietro; De Gaetano, Roberto; Perrelli, Raffaele
    A distanza di oltre quarant’anni dalla pubblicazione dello studio fondativo e controverso di Burch1, “osservatore lontano” che vedeva nel cinema giapponese l’alternativa al Modo di Rappresentazione Istituzionale incarnato dal modello hollywoodiano, il cinema dell’Estremo Oriente dovrebbe tornare a essere problematizzato, così da non essere inteso unicamente in quanto Altro per eccellenza, atopos, spazio perturbante «che fa tremare il linguaggio» perché «inqualificabile»2. Problematizzare per riconoscere la notevole complessità della produzione di un’area geografica di solito osservata con una certa “circospezione localistica” che porta ad analizzarla senza mai prescindere (fortunatamente) dalla contestualizzazione storico-culturale, a discapito però di un vero e proprio incontro – procrastinato in maniera surrettizia – con le opere. Si ritiene pertanto che tornare a riflettere sul metodo warbughiano – cui si è costantamente guardato nella fase di accostamento delle immagini confluite poi in Appendice –, ponendo l’accento sul cinema e il pensiero estremorientali, possa giovare ai fini di un approccio analitico incentrato sui valori formali del film.
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    L’infinito dell’immagine: Matte Blanco e il cinema tra Oriente e Occidente
    (Università della Calabria, 2025-01-31) Sili, Gioia; Raniolo, Francesco; Dottorini, Daniele
    The thesis intends to explore the cognitive potential of the moving image through a cinematic reading of the main concepts belonging to Matte Blanco’s bi-logical epistemology, such as “symmetry”, “asymmetry” and “indivisible mode”. The reflection on cinema as a place of manifestation of psychoanalytic concepts, especially of the bi-logical paradigm, began using Western cinematographic works as reference material, without ever involving the relationship between the thought of the Chilean psychoanalyst and the cinema of the Land of the Rising Sun, considered in its close connection with the combinatorial aspect of the Japanese language. On the other hand, Matte Blanco makes brief references to the Eastern world, without hiding a certain attraction towards another tradition of thought. If, as is well known, there is no direct link between the conceptual apparatus of bi-logic, centered on a universal conception of the psyche, and Japanese culture, understood on the level of linguistic specificity, this work traces, within the long Japanese cinematographic tradition, characterized by heterogeneous genres and expressive codes, three different ideas of image – “poetic”, “dreamlike” and “surrealist” − which reveal themselves to be profoundly linked to Matte Blanco's theory. From this intercultural perspective, the study aims to show the very peculiar way in which the three conceptual forms of twntieth-century Japanese cinema, considered in its close connection with other art forms such as poetry, theatre and literature, are able to open up to a logic that goes beyond space-time limits, combining the combinational and multidimensional nature of language with some specific use of montage. La tesi intende esplorare le potenzialità conoscitive dell’immagine in movimento attraverso una lettura cinematografica dei principali concetti appartenenti all’epistemologia bi-logica di Ignacio Matte Blanco, come quelli di “simmetria”, “asimmetria” e “modo indivisibile”. La riflessione sul cinema come luogo di manifestazione dei concetti psicoanalitici, soprattutto del paradigma bi-logico, ha preso avvio utilizzando come materiale di riferimento opere cinematografiche occidentali, senza mai coinvolgere il rapporto tra il pensiero dello psicoanalista cileno e il cinema del paese dei Sol Levante, considerato nella sua stretta connessione con l'aspetto combinatorio della lingua giapponese. Se, come è noto, non esiste un legame diretto tra l’apparato concettuale della bi-logica, incentrato su una concezione universale della psiche, e la cultura giapponese, intesa sul piano della specificità linguistica, la tesi rintraccia, all’interno della tradizione cinematografica nipponica, caratterizzata da generi e codici espressivi eterogenei, tre diverse idee di immagine – “poetica”, “onirica” e “surrealista” − che si rivelano profondamente legate alla teoria di Matte Blanco. In questa prospettiva interculturale, lo studio si propone di mostrare il modo del tutto peculiare in cui le tre forme concettuali del cinema giapponese del Novecento, interpretato nella sua stretta connessione con altre forme d'arte come la poesia, il teatro e la letteratura, si aprono a una logica che oltrepassa i limiti spazio-temporali, coniugando la natura combinatoria e multidimensionale del linguaggio con alcuni usi del montaggio filmico.
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    Esperienze soglia e bioluminescenza sociale. Una ricerca in Calabria: tra estetica del quotidiano e trasformazioni sociali
    (Università della Calabria, 2023-11-23) Falcone, Chiara; Raniolo, Francesco; Jedlowski, Paolo
    Le metafore, immagini di senso che stimolano il pensiero immaginativo, possono rivelarsi preziosi strumenti di conoscenza, perché invitano a cercare consonanze tra fenomeni apparentemente dissimili; il loro potenziale euristico le rende particolarmente utili nel lavoro di ricerca, perché consentono di intravedere relazioni tra le cose che spesso sfuggono all’analisi fatta tramite il linguaggio convenzionale. Il loro carattere generativo cresce ancor di più quando le cose messe in contatto dalla metafora nelle definizioni canoniche paiono distanti o appartenenti ad ambiti epistemologici differenti; proprio in quei casi disegnano cammini che uniscono campi lontani, facendo scoprire somiglianze inaspettate.