Linguaggio, immagini e vita. Fukushima come paradigma
| dc.contributor.advisor | Raniolo, Francesco | |
| dc.contributor.advisor | Cimatti, Felice | |
| dc.creator | Calefati, Alessandro | |
| dc.date.accessioned | 2026-02-12T15:56:58Z | |
| dc.date.issued | 2025-04-16 | |
| dc.description | Dottorato di Ricerca in Politica, Cultura e Sviluppo. Ciclo XXXVII | |
| dc.description.abstract | Lo studio si sviluppa a partire da un presupposto essenziale: non si può sfuggire all’idealismo iniziale, poiché ogni rifiuto del linguaggio che ci struttura implicherebbe un atto volontario impossibile da compiere del tutto. Il Linguistic turn è dunque il pregiudizio ineliminabile da cui partire. Il primo capitolo (Le immagini non sono autonome) descrive il funzionamento del linguaggio come dispositivo trascendentale, evidenziando il ruolo subordinato delle immagini, ridotte a semplici ausili del sistema verbale. Nel secondo capitolo (Funzione simbolica e immaginaria: le mappature), si analizzano le rappresentazioni di Fukushima—attraverso documentari, telegiornali e fotografie—per mostrare come il linguaggio le riduca a cliché di catastrofe, privandole di un contatto reale con l’evento. Il terzo capitolo (Dal simbolico all’espressione) segna una svolta: attraverso una poesia di Wagō Ryōichi, si apre alla possibilità di un’immagine che superi il simbolico e diventi spazio di sensibilità, esperienza e comunione col reale. Da qui, il quarto capitolo (L’immagine è autonoma) ribalta la tesi iniziale, esplorando come le immagini possano affermare una propria autonomia espressiva, indipendente dal linguaggio. Tuttavia, il linguaggio continua a tentare di riassorbirle: fino a che punto è possibile sfuggirgli? Nel quinto capitolo (L’icona come penultima immagine), si indaga il concetto di iconicità a partire da un’immagine catturata nel cuore della centrale di Fukushima. Quest’immagine non segna una fine assoluta, ma è “penultima”: lascia aperta la possibilità di un mondo oltre il dominio umano e il suo immaginario. Il sesto capitolo (Da Hiroshima a Fukushima, le falene) amplia la riflessione sul tempo e la memoria, analizzando il film The Whispering Star di Sono Sion per mostrare come le immagini possano costruire una costellazione immaginaria del trauma, connettendo Hiroshima e Fukushima in una percezione sensibile del tempo. Infine, il settimo capitolo (L’immagine è x) interroga la possibilità di una teoria post-linguistica dell’immagine, capace di esistere senza essere correlata a un soggetto umano. È sufficiente ipotizzare un punto di separazione tra immagine e realtà, come suggerisce Agamben, o bisogna restituire valore all’immediatezza del sensibile, come sostiene Wahl? Gli ultimi capitoli (La materia vibrante e Conclusione. Linee di fuga) esplorano questa seconda ipotesi, cercando immagini che si confondano con la vita stessa, dissolvendo il vincolo linguistico e aprendosi a una realtà non più mediata dal pensiero umano. L’immagine diventa così un possibile strumento di fuga dalla trappola del linguaggio, un modo per restituire al mondo una presenza non filtrata dall’idealismo che da sempre ci definisce. | |
| dc.identifier.uri | http://hdl.handle.net/10955/5730 | |
| dc.language.iso | it | |
| dc.publisher | Università della Calabria | |
| dc.relation.ispartofseries | M-FIL/05 | |
| dc.subject | Fukushima | |
| dc.subject | Concreto | |
| dc.subject | Simbolico | |
| dc.subject | Catastrofe | |
| dc.subject | Collasso | |
| dc.title | Linguaggio, immagini e vita. Fukushima come paradigma | |
| dc.type | Thesis |